Una difesa critica - e riflessiva - dell’ipotesi aliena sull’origine dell’umanità.
L’idea che l’essere umano possa avere
un’origine extraterrestre è spesso liquidata come fantasia,
pseudoscienza o bisogno di mistero.
Eppure, se la si osserva
senza caricature — non come certezza, ma come ipotesi limite —
essa continua a sollevare domande che la scienza stessa non ha ancora
completamente esaurito.
Questo non è un post per “dimostrare”
che veniamo dalle stelle.
È un post per spiegare perché
l’ipotesi aliena non è solo un capriccio, e perché continua a
riemergere anche in contesti colti e scientifici.
Un dato scomodo: l’uomo è davvero un’eccezione evolutiva
La
biologia ci insegna che l’evoluzione procede per continuità.
Ma
l’essere umano mostra alcune discontinuità difficili da ignorare,
tra cui: un’accelerazione culturale improvvisa; un linguaggio
simbolico complesso senza equivalenti; una cooperazione massiva tra
non parenti; una capacità tecnologica che supera di molto la scala
biologica.
La spiegazione standard parla di
coevoluzione gene–cultura. È una spiegazione valida, ma non
completamente soddisfacente per tutti.
L’ipotesi aliena
propone una domanda diversa: e se l’umanità fosse il risultato
di un innesto più che di una semplice continuità? Non una
creazione dal nulla, ma un’accelerazione esterna.
Ipotizzano che il messaggio intelligente lasciato nel nostro DNA sia scritto con una semantica e una matematica che non possono essere spiegate con la teoria classica dell’evoluzione darwiniana.
Secondo l’astrofisico Vladimir I. Shcherbak, della Al-Farabi Kazakh National University del Kazakistan, e Maxim A. Makukov dell’Istituto Astrofisico Fesenkov, i nostri geni conterrebbero nel loro design un insieme di modelli aritmetici e ideografici che fanno pensare a un linguaggio simbolico scritto eoni fa in un altro posto della nostra galassia.
Questi modelli appaiono come il prodotto di una precisione logica e informatica non banale.
Perché abbiamo 23 cromosomi invece che 24, come gli altri primati?
Mentre il pianeta Terra sembra soddisfare a pieno le esigenze di tutti gli altri esseri viventi, gli esseri umani, in alcuni casi, sembrano essere dei disadattati, in quanto soffrono di alcuni ‘difetti’ che rivelano che essi non ‘sono di questo mondo’.
Il corpo umano: adattato… ma a cosa?
L’essere
umano è sorprendentemente: sensibile alla radiazione solare,
inefficiente nel parto, soggetto a problemi posturali, fisicamente
fragile rispetto ad altri mammiferi.
“Le lucertole possono
rimanere al sole tutto il tempo che vogliono. Se noi ci esponiamo al
sole per un’intera giornata, il giorno dopo siamo coperti di
scottature. Veniamo abbagliati dalla luce del sole, fenomeno che la
maggior parte degli animali non sperimenta”.
Inoltre, il fatto
che soffra di mal di schiena sembra mostrare che l’uomo sia stato
concepito in un ambiente a gravità più bassa.
Questo è
spiegabile con il concetto di compromesso evolutivo. Ma l’ipotesi
aliena ribalta la prospettiva: e se il corpo umano fosse un
adattamento secondario, non primario?
Non progettato per un
altro pianeta — attenzione — ma modificato o “riutilizzato”
in un nuovo contesto ambientale.
Non è una prova. Ma ha
coerenza.
I miti universali: coincidenze o memoria?
“In quel tempo vi erano i giganti sulla terra e anche dopo, quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini, le quali generavano loro dei figli. Sono essi quegli eroi famosi fin dai tempi antichi”. (Genesi, cap. 6 v. 4)
In quasi tutte le culture antiche troviamo: esseri che scendono dal cielo, insegnano leggi, agricoltura, astronomia, “creano” o modificano l’uomo, promettono di tornare.
Gli dèi sono sempre: civilizzatori,
tecnologi, astronomici.
L’idea non nasce nel Novecento. Nella
storia, gli dèi scendono dal cielo, insegnano arti e leggi, creano o
“modellano” l’uomo, poi se ne vanno.
Autori come Erich
von Däniken hanno riformulato antichi miti in chiave
tecnologica, parlando di antichi astronauti. Hanno suggerito che
questi miti possano essere memorie distorte di eventi reali,
reinterpretati con il linguaggio dell’epoca.
La critica è legittima. Ma anche la domanda lo è: perché racconti così simili emergono in luoghi e tempi così distanti?
Il “salto” cognitivo: troppo rapido per essere solo biologico?
Tra
70.000 e 40.000 anni fa, qualcosa cambia drasticamente: arte
figurativa, musica, rituali funerari, mitologia, strumenti
complessi.
Dal punto di vista genetico, il cambiamento è
minimo. Dal punto di vista comportamentale, è esplosivo.
L’ipotesi
aliena non dice: “ci hanno creati” Ma piuttosto: qualcosa
potrebbe aver innescato una riorganizzazione cognitiva.
Un contatto?
Una
trasmissione di conoscenze?
Un intervento culturale, non
biologico?
È una domanda eretica, ma non logicamente
impossibile.
C’è un motivo contemporaneo, spesso sottovalutato.
Molti esseri umani oggi si
sentono alienati, fuori posto, separati dalla natura, in conflitto
con il proprio corpo, inadeguati al mondo che essi stessi hanno
creato.
L’ipotesi aliena offre una consolazione potente: se
non ci sentiamo a casa, è perché non è davvero casa nostra.
Non
è una spiegazione scientifica, ma è una narrazione emotivamente
coerente.
Il DNA come archivio: davvero tutto è spiegato?
Alcuni
ricercatori, come Vladimir Shcherbak e Maxim Makukov,
hanno ipotizzato che il codice genetico contenga strutture
matematiche non casuali, interpretabili come una “firma”.
La
comunità scientifica resta scettica.
Ma il punto interessante
non è la conclusione, bensì la domanda di fondo: e se il DNA non
fosse solo biochimica, ma anche supporto informativo a lungo
termine?
È un’idea audace. Non dimostrata.
Ma non
del tutto assurda in un universo dove l’informazione è
fondamentale.
L’ipotesi aliena come critica all’antropocentrismo… o come suo estremo?
Paradossalmente, l’idea aliena può
essere letta in due modi opposti: come delirio di grandezza (“siamo
speciali, veniamo dalle stelle”).
Oppure come
ridimensionamento (“non siamo il centro, siamo parte di una storia
cosmica più ampia”)
In questa seconda lettura, l’umanità
non è il fine ultimo dell’universo, ma un episodio, forse persino
un esperimento.
Una visione inquietante. Ma filosoficamente
potente.
Un’ipotesi debole… ma non inutile
È corretto dirlo
chiaramente: non esistono prove dirette, l’ipotesi aliena non è
scientificamente accettata, molte versioni sono ingenue o
sensazionalistiche.
Eppure, come ipotesi di confine, mette alla
prova le spiegazioni standard, evidenzia le zone d’ombra, ci
costringe a non dare nulla per scontato.
La scienza avanza anche
grazie a domande scomode.
E se la domanda fosse più importante della risposta?
Forse
l’ipotesi aliena non è vera.
Ma il suo fascino deriva dal
fatto che intercetta una sensazione profonda:
l’essere umano è
al tempo stesso parte della natura e stranamente distante da
essa.
Che questa distanza sia il frutto: della cultura, del
linguaggio, della coscienza riflessiva,
oppure di una storia
più lunga e cosmica… resta una domanda aperta.
E in fondo, le
domande che resistono al tempo sono spesso quelle che dicono più di
noi che dell’universo.
La storia dell'umanità è una farsa. Ecco tutta la verità! - Capitolo XIV
Abbiamo una connessione nascosta che funziona in modo simile a Internet. Capitolo12


