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sabato 21 febbraio 2026

E se non fossimo mai stati davvero soli?

 


Una difesa critica - e riflessiva - dell’ipotesi aliena sull’origine dell’umanità.

L’idea che l’essere umano possa avere un’origine extraterrestre è spesso liquidata come fantasia, pseudoscienza o bisogno di mistero.
Eppure, se la si osserva senza caricature — non come certezza, ma come ipotesi limite — essa continua a sollevare domande che la scienza stessa non ha ancora completamente esaurito.
Questo non è un post per “dimostrare” che veniamo dalle stelle.
È un post per spiegare perché l’ipotesi aliena non è solo un capriccio, e perché continua a riemergere anche in contesti colti e scientifici.

Un dato scomodo: l’uomo è davvero un’eccezione evolutiva

La biologia ci insegna che l’evoluzione procede per continuità.
Ma l’essere umano mostra alcune discontinuità difficili da ignorare, tra cui: un’accelerazione culturale improvvisa; un linguaggio simbolico complesso senza equivalenti; una cooperazione massiva tra non parenti; una capacità tecnologica che supera di molto la scala biologica.

La spiegazione standard parla di coevoluzione gene–cultura. È una spiegazione valida, ma non completamente soddisfacente per tutti.
L’ipotesi aliena propone una domanda diversa: e se l’umanità fosse il risultato di un innesto più che di una semplice continuità? Non una creazione dal nulla, ma un’accelerazione esterna.

Ipotizzano che il messaggio intelligente lasciato nel nostro DNA sia scritto con una semantica e una matematica che non possono essere spiegate con la teoria classica dell’evoluzione darwiniana.

Secondo l’astrofisico Vladimir I. Shcherbak, della Al-Farabi Kazakh National University del Kazakistan, e Maxim A. Makukov dell’Istituto Astrofisico Fesenkov, i nostri geni conterrebbero nel loro design un insieme di modelli aritmetici e ideografici che fanno pensare a un linguaggio simbolico scritto eoni fa in un altro posto della nostra galassia.

Questi modelli appaiono come il prodotto di una precisione logica e informatica non banale.

Perché abbiamo 23 cromosomi invece che 24, come gli altri primati?

Mentre il pianeta Terra sembra soddisfare a pieno le esigenze di tutti gli altri esseri viventi, gli esseri umani, in alcuni casi, sembrano essere dei disadattati, in quanto soffrono di alcuni ‘difetti’ che rivelano che essi non ‘sono di questo mondo’.

Il corpo umano: adattato… ma a cosa?

L’essere umano è sorprendentemente: sensibile alla radiazione solare, inefficiente nel parto, soggetto a problemi posturali, fisicamente fragile rispetto ad altri mammiferi.
“Le lucertole possono rimanere al sole tutto il tempo che vogliono. Se noi ci esponiamo al sole per un’intera giornata, il giorno dopo siamo coperti di scottature. Veniamo abbagliati dalla luce del sole, fenomeno che la maggior parte degli animali non sperimenta”.

Inoltre, il fatto che soffra di mal di schiena sembra mostrare che l’uomo sia stato concepito in un ambiente a gravità più bassa.
Questo è spiegabile con il concetto di compromesso evolutivo. Ma l’ipotesi aliena ribalta la prospettiva: e se il corpo umano fosse un adattamento secondario, non primario?
Non progettato per un altro pianeta — attenzione — ma modificato o “riutilizzato” in un nuovo contesto ambientale.
Non è una prova. Ma ha coerenza.

I miti universali: coincidenze o memoria?

“In quel tempo vi erano i giganti sulla terra e anche dopo, quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini, le quali generavano loro dei figli. Sono essi quegli eroi famosi fin dai tempi antichi”. (Genesi, cap. 6 v. 4)

In quasi tutte le culture antiche troviamo: esseri che scendono dal cielo, insegnano leggi, agricoltura, astronomia, “creano” o modificano l’uomo, promettono di tornare.

Gli dèi sono sempre: civilizzatori, tecnologi, astronomici.
L’idea non nasce nel Novecento. Nella storia, gli dèi scendono dal cielo, insegnano arti e leggi, creano o “modellano” l’uomo, poi se ne vanno.
Autori come Erich von Däniken hanno riformulato antichi miti in chiave tecnologica, parlando di antichi astronauti. Hanno suggerito che questi miti possano essere memorie distorte di eventi reali, reinterpretati con il linguaggio dell’epoca.

La critica è legittima. Ma anche la domanda lo è: perché racconti così simili emergono in luoghi e tempi così distanti?

Il “salto” cognitivo: troppo rapido per essere solo biologico?

Tra 70.000 e 40.000 anni fa, qualcosa cambia drasticamente: arte figurativa, musica, rituali funerari, mitologia, strumenti complessi.
Dal punto di vista genetico, il cambiamento è minimo. Dal punto di vista comportamentale, è esplosivo.
L’ipotesi aliena non dice: “ci hanno creati” Ma piuttosto: qualcosa potrebbe aver innescato una riorganizzazione cognitiva.

Un contatto?
Una trasmissione di conoscenze?
Un intervento culturale, non biologico?
È una domanda eretica, ma non logicamente impossibile.

C’è un motivo contemporaneo, spesso sottovalutato.

Molti esseri umani oggi si sentono alienati, fuori posto, separati dalla natura, in conflitto con il proprio corpo, inadeguati al mondo che essi stessi hanno creato.
L’ipotesi aliena offre una consolazione potente: se non ci sentiamo a casa, è perché non è davvero casa nostra.
Non è una spiegazione scientifica, ma è una narrazione emotivamente coerente.

Il DNA come archivio: davvero tutto è spiegato?

Alcuni ricercatori, come Vladimir Shcherbak e Maxim Makukov, hanno ipotizzato che il codice genetico contenga strutture matematiche non casuali, interpretabili come una “firma”.
La comunità scientifica resta scettica.
Ma il punto interessante non è la conclusione, bensì la domanda di fondo: e se il DNA non fosse solo biochimica, ma anche supporto informativo a lungo termine?
È un’idea audace. Non dimostrata.
Ma non del tutto assurda in un universo dove l’informazione è fondamentale.

L’ipotesi aliena come critica all’antropocentrismo… o come suo estremo?

Paradossalmente, l’idea aliena può essere letta in due modi opposti: come delirio di grandezza (“siamo speciali, veniamo dalle stelle”).
Oppure come ridimensionamento (“non siamo il centro, siamo parte di una storia cosmica più ampia”)
In questa seconda lettura, l’umanità non è il fine ultimo dell’universo, ma un episodio, forse persino un esperimento.
Una visione inquietante. Ma filosoficamente potente.

Un’ipotesi debole… ma non inutile

È corretto dirlo chiaramente: non esistono prove dirette, l’ipotesi aliena non è scientificamente accettata, molte versioni sono ingenue o sensazionalistiche.
Eppure, come ipotesi di confine, mette alla prova le spiegazioni standard, evidenzia le zone d’ombra, ci costringe a non dare nulla per scontato.
La scienza avanza anche grazie a domande scomode.

E se la domanda fosse più importante della risposta?

Forse l’ipotesi aliena non è vera.
Ma il suo fascino deriva dal fatto che intercetta una sensazione profonda:
l’essere umano è al tempo stesso parte della natura e stranamente distante da essa.
Che questa distanza sia il frutto: della cultura, del linguaggio, della coscienza riflessiva,
oppure di una storia più lunga e cosmica… resta una domanda aperta.
E in fondo, le domande che resistono al tempo sono spesso quelle che dicono più di noi che dell’universo.

La storia dell'umanità è una farsa. Ecco tutta la verità! - Capitolo XIV

Abbiamo una connessione nascosta che funziona in modo simile a Internet. Capitolo12